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MARAMOTTI, UNA FAMIGLIA CHE HA STOFFA

DI Andrea Giacobino

C’è una dinastia imprenditoriale italiana che non ama le luci della ribalta anche se proprie da quelle luci proviene una buona parte della sua grande ricchezza. E’
la famiglia emiliana Maramotti oggi rappresentat daa Ignazio, Luigi e Ludovica Maramotti, i tre figli del leggendario Achille, fondatore di Max Mara e inventore del pret-à-porter italiano. A
conti fatti il patrimonio nelle mani degli eredi vale oggi oltre quattro miliardi di euro e poggia su due pilastri: l’azienda di abbigliamento e la banca quotata Credito Emiliano.

Con 23 marchi, oltre un miliardo e mezzo di fatturato e quasi 5mila dipendenti, Max Mara – controllata attraverso la cassaforte Max Mara Fashion Group – è quello
che gli addetti alla moda chiamano un “gigante silenzioso” ben conosciuto e apprezzato dalle migliaia di donne clienti che vogliono indossare capi d’abbigliamento di gusto ma non carissimi.
Esattamente la ricetta che Achille Maramotti trovò nel 1951, anno di fondazione dell’azienda il cui nome nacque da un superlativo (“Max”) e dalle prime quattro lettere del suo cognome. Quando nel
2005 Maramotti scomparve a 78 anni pochi sapevano che erano uno degli uomini più ricchi d’Italia, amante non solo dell’industria ma anche delle cose belle e appassionato d’arte, un gusto che i
suoi figli hanno ereditato assieme al grande patrimonio. E a una riservatezza quasi maniacale interrotta poche volte da Luigi e quasi mai da Ignazio e da Ludovica. E così si spiega il fatto che i
tre eredi non posseggono nessuna azione delle quattro holding di famiglia perché l’intero loro capitale è in mano a due storiche fiduciarie torinesi, la Nomen e la Simon, scelte da Achille
Maramotti perché all’epoca della loro costituzione l’imprenditore era amico di Giovanni Agnelli e le due fiduciarie erano sotto la regia di Franzo Grande Stevens, “l’avvocato dell’Avvocato”. Poi
Grande Stevens vendette i veicoli alla banca svizzera Pictet e da questa pochi anni fa sono finiti sotto il cappello di Ersel, il gruppo finanziario dei Giubergia, storica famiglia di agenti di
cambio del capoluogo piemontese. E con Torino il legame è rimasto attraverso gli intrecci societari che si sono instaurati fra i Maramotti e gli Zanon di Valgiurata, famiglia in vista del
capoluogo piemontese guidata da Lucio Igino.

Assieme alla passione per l’industria e per l’arte, ai Maramotti è stata trasmessa anche quella della finanza, già coltivata da papà Achille. Al fondatore
il pallino per le banche esplose dentro quando la Dc, che ce lo aveva indicato, lo tolse dal consiglio d’ amministrazione della Cassa di Risparmio di Bologna; e lui, senza fare
una piega, rilevò la Banca Agricola rimettendola a nuovo col nome appunto di Credito Emiliano. Achille Maramotti mise un piede anche nell’allora Credito Romagnolo e così quando questo finì nel
1994 dopo l’offerta pubblica d’acquisto nell’orbita del Credito Italiano, l’imprenditore si ritrovò fra le mani un consistente pacchetto di azioni pari a circa il 2% (oggi sceso sotto l’1%) di
quella banca allora presieduta da Lucio Rondelli e guidata da Egidio Giuseppe Bruno che di lì a qualche anno sarebbe diventata la grande Unicredit.

La larga influenza dei Maramotti su quella che è una delle banche più sane d’Italia si esercita attraverso Credem Holding, la cassaforte che
controlla oltre il 76% dell’istituto di cui la dinastia emiliana è il maggiore socio con oltre il 38% del capitale. Non a caso Ignazio e Luigi sono rispettivamente vicepresidenti della holding e
della banca e la capogruppo è governata da un patto di sindacato dove sono presenti, tra altri imprenditori, gli Zanon di Valgiurata in primis visto che Igino Lucio è presidente del Credem.
L’istituto ha chiuso ha chiuso i primi nove mesi dell’anno con un utile netto consolidato pari a 139,2 milioni (-11,7% rispetto allo stesso
periodo del 2019). L’
utile netto normalizzato dalle maggiori rettifiche su crediti, relative a svalutazioni collettive per Covid-19 ammonta a 165,8
milioni (+5,1%). Sul fronte patrimoniale, il Common Equity Tier 1 Ratio a livello di gruppo bancario è al 15,5%, senza includere l’utile
del trimestre. E il mercato continua a premiare la banca dei Maramottti che in Borsa nell’ultimo anno ha perso poco più del 10% (molto meno di altri istituti di eguale o maggior dimensione),
segnando addirittura un rialzo del 15% nell’ultimo semestre.

 


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